Sul progetto di Statuto della Regione Veneto proposto da Lega Nord e Pdl si è avviata in questi giorni una discussione ampia. Il dibattito pubblico è sempre un fatto positivo e lo è a maggior ragione se si discute di un documento, come lo Statuto, che riassume in qualche modo l’identità di una Regione e la sua missione per il futuro.
L’idea di una regione che riserva privilegi particolari a chi, non italiano, risiede in Italia da almeno 15 anni, è un elemento centrale di questo progetto. È un’idea per certi versi paradossale. Perché a parole si prescrive un purgatorio di 15 anni a chi è straniero. Ma in realtà un immigrato può richiedere la cittadinanza già dopo dieci anni di residenza.
Il Veneto è una delle aree economiche più avanzate a livello globale. La nostra economia e le nostre aziende già si confrontano con quelle dei territori più competitivi dell’Europa, dell’Asia, del Nord e del Sud America. La globalizzazione è questo: prima di tutto un fatto, che può piacere o no, magari, ma che non si può negare. Un altro dato di fatto è che, nel mercato mondiale, vince chi sa attrarre le migliori energie da tutto il mondo. Energie finanziarie, patrimoni di conoscenze e know how, ma anche capitale umano.
La competizione con le altre aree economiche del mondo non è una sciagura. È una sfida che può essere vinta. Isolamento e chiusura, però, non sono una soluzione. Il Veneto deve scegliere che futuro vuole. Può diventare un fortino assediato e impaurito, vivendo finché può sulla rendita del benessere accumulato sino ad oggi. Oppure può diventare un magnete potente, capace di attrarre capitali, teste e braccia dal resto del mondo.
Certo, in tempi di crisi economica, è chiaro che la capacità del Veneto di assorbire nuovi flussi di immigrati non è più quella di cinque o dieci anni fa. È vero però anche che se una politica di immigrazione “scelta” poteva e doveva essere sviluppata, certo non è servita a farlo la retorica leghista per cui ogni straniero è un possibile criminale. Quando si pensa di poter fare a meno dell’immigrazione, si rinuncia a governarla. Col risultato che l’immigrazione resta. E i problemi che essa crea pure.
Sono problemi complessi, rispetto ai quali il buonismo sugli immigrati non è una scorciatoia praticabile. Ma servono scelte diverse da quelle proposte da Zaia. Rispettare le leggi, lavorare in regola, pagare le tasse: sono questi i passi verso la vera integrazione. Doveri da far rispettare e diritti da riconoscere. Garantendo un equilibrio tra queste due dimensioni.
Il purgatorio di 15 anni è la traduzione di una promessa elettorale di Zaia, che configura un’idea precisa di società. Ma è un’idea pericolosa e sbagliata. Non tanto per il futuro degli stranieri, ma soprattutto per quello della nostra terra.

Matteo Quero

Consigliere Provinciale Partito Democratico

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