Sono un credente imperfetto. Sono uno che ritiene la figura di
Gesù sia stata una cosa straordinaria nell’epoca in cui ha dispiegato la
sua dottrina; un’epoca in cui la vita valeva meno di nulla e le ingiusti-
zie erano pane quotidiano. Il messaggio di Gesù, per quei tempi, ma
anche per questi che stiamo attraversando, era di una visione così
forte e rivoluzionaria da non poterla razionalmente contrastare.
Quello che ci hanno, poi, costruito sopra gli uomini nei secoli successivi
è tutt’altra cosa.
Ho, naturalmente, rispetto per la Chiesa anche se, non poche volte,
dissento dalla sue decisioni. L’ultima volta, in cui questo é avvenuto,
risale ad un paio di giorni fa. Il cardinale Bagnasco, capo dei vescovi
italiani, in un suo intervento al Consiglio permanente della CEI, tra le
varie cose ribadiva i cosiddetti ” valori non negoziabili” ai quali la ge-
rarchia cattolica guarda per il rinnovo dei consigli regionali.
In particolare si riferiva all’aborto e tutto lasciava supporre che volesse
condannare le prese di posizione di alcuni candidati alle presidenze
regionali che si erano espressi favorevolmente nei riguardi della pillo-
la abortiva Ru486.
Ora dico la mia modesta opinione. L’aborto é una brutta cosa. Lo é
per se stesso e anche per le donne che devono o vogliono sottoporvisi.
Ricordiamoci, tuttavia, che prima della legge in materia si sono avuti
molti decessi per interventi fatti al di fuori delle strutture sanitarie.
E chi pagava il conto erano quelle povere creature che , per varie
ragioni, non potevano concludere la gravidanza.
Se ora ci sono dei prodotti che consentono di interrompere la gravi-
danza in modo incruento per la donna, mi sembra corretto essere
a favore del loro uso.
Non mi si venga a dire che favorire l’uso della Ru486 significa essere
pro aborto. Trattasi di una stupidaggine che ogni persona dotata di
normale raziocinio è in grado di capire.
Nonostante questo la Chiesa , a mio avviso scorrettamente, entra
a piedi giunti sulla campagna elettorale e tenta di influire sul voto dei
cittadini cattolici che dovrebbero essere in grado, avendo sotto gli
occhi gli elementi per decidere, di sapere a chi è giusto dare il voto.
Purtroppo questo, sovente, non accade.
E si smetta di dire che sono bravi cattolici quelli che aderiscono
ai desiderata della Chiesa. Tutti sanno che la maggior parte delle
adesioni sono strumentali e che quello che interessa sono solo
i loro voti.
Inoltre, Eminenza, se andiamo ad esaminare i comportamenti pri-
vati e pubblici di tante persone che, in base al criterio della pillola,
dovrebbero essere votati, non le sembra che la sua esortazione sarebbe fuori luogo?
Un’ultima considerazione. Se durante un conclave o una sessione
di nomine cardinalizie un presidente del consiglio dello Stato Italia-
no suggerisse, agli aventi diritto di voto, quale porporato non votare
oppure quale prelato non elevare al rango cardinalizio, cosa succe-
derebbe? Come minimo le guardie papali andrebbero a porre l’as-
sedio a Palazzo Chigi.


Adriano Verlato




Ogni tanto quando la situazione politica mi sembra sempre più ingarbugliata e, per certi versi, preoccupante mi piace ritrovare un po’ di serenità rileggendo passi di opere giuridico-politiche che hanno segnato tutta la civiltà moderna.

Mi riferisco, in questo caso, ad un’opera di Montesquieu del 1748 intitolata ” Lo spirito delle leggi”. Questo trattato si occupa di tante cose tra le quali la distinzione tra le norme costituzionali e le leggi ordinarie e la separazione dei poteri ( con lontane origini nella storia costituzionale inglese).

Questo fondamentale principio troverà eccellente dimora nell’art.16 della ” Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789. ’ Ogni società nella quale non sia assicurata la garanzia dei diritti né stabilita la separazione dei poteri è priva di Costituzione’ Da quel momento Costituzione e separazione dei poteri diventano sinonimi.

Per chiarire meglio è necessario ricordare alcune cose.

Montesquieu introduce nella politica la distinzione tra dispotismo e regimi moderati. Il primo viene definito come quell’assetto del potere pubblico in cui un solo soggetto concentra nelle proprie mani tutti e tre i poteri dello Stato. Quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. Il regime moderato consiste, invece, per il nostro, nella creazione di un corpo indipendente al quale è affidato il compito dell’applica- zione delle leggi.

L’indipendenza della magistratura, prevista dall’art 104 della nostra Costituzione del 1948, rappresenta proprio un punto fermo per ogni governo che non voglia essere definito’ dispotico’. Tale dottrina esposta nel capitolo dello Spirito delle leggi e riferito alla Costituzione Inglese, è diventata una delle fonti più importanti del costituzionalismo moderno.

Lo scopo di queste righe non è certo quello di usurpare le competenze accademiche dei costituzionalisti ma solo di fare il punto sulla situazione in cui ci troviamo, oggi, nel nostro paese. Il potere legislativo, stante la schiacciante maggioranza alle Camere da parte della destra e l’uso estremamente disinvolto, per usare un eufemismo, dei decreti legge da parte del governo, è nelle mani del premier Berlusconi.

Il potere esecutivo è pure interamente nella disponibilità di Pdl e Lega e anche su questo penso non vi siano dubbi. Resta da esaminare il potere giudiziario. Tutti sanno che da qualche anno, le motivazioni non vale nemmeno la pena ricordarle, il presidente Berlusconi vuole indefessamente separare la magistratura requirente da quella giudicante, vuole cioè indebolire l’autonomia dei pubblici ministeri mettendoli sotto il controllo dell’esecutivo, cioè del governo, cioè suo. Per ovvi motivi di spazio devo semplificare molto ma nella sostanza le cose stanno così.

E allora se due poteri dello Stato sono già acquisiti e il terzo è sotto aggresssione continua, come stiamo quanto a dispotismo?

Non è che tutti noi cittadini dobbiamo vigilare e partecipare più di quanto si sia fatto finora? A mio avviso c’é un ulteriore fatto che ci deve preoccupare molto ed è la situazione in cui si verrà a trovare, tra breve, il quarto potere di uno Statodemocratico che è la Stampa. Se noi sappiamo, come è vero, che il 70% dei cittadini si fa un’opinione attraverso i Tg e la televisone in genere, e sappiamo altresì che direttamente o indirettamente una persona controlla quasi tutto il settore televisivo, quale tipo di informazione politica avranno mai gli italiani?

Se i giornali non potranno parlare, ad esempio, delle persone indagate, dei reati loro ascritti e fornire tutte quelle notizie ai lettori che, pur non essendoci una sentenza definitiva, aiutano ad avere un’idea di quello che accade, cosa succederà con la durata dei processi che è, inaccettabilmente, lunga? Nessuno saprà più , a sentenze passate in giudicato, per quale reato quella certa persona era stata indagata. Senza contare le prescrizioni che, con la riduzione dei tempi effettuate dai governi Berlusconi, sono sempre più utilizzate.

Certo, i giornali a volte sono troppo pettegoli, ma la loro funzione sulla pubblica opinione è fondamentale sotto ogni punto di vista. Cerchiamo di non accettare supinamente che venga loro tolta la funzione per la quale sono nati.

Adriano Verlato




Riceviamo da una stundentessa del Pigafetta e volentieri pubblichiamo.

Sono una ragazza di diciannove anni e vorrei portare una testimonianza circa il rapporto tra un semplice cittadino dello Stato italiano, me stessa, e uno dei rappresentanti politici del nostro Paese, Roberto Calderoli. Ieri pomeriggio nel mio paese, Lonigo (VI), si è svolto un comizio della Lega Nord, organizzato in vista delle vicine elezioni municipali e regionali. Guest star: proprio Calderoli. Ho raggiunto il ministro in un bar e gli ho posto la seguente domanda: “Quali sono i caratteri che delineano la concezione di “Padania”? Si tratta di fattori razziali, culturali o storici?”. Mi sono sentita rispondere che è “padano” colui che nasce e vive in Padania. Allora, molto stupita, gli ho fatto presente di non aver mai trovato citata in alcuna enciclopedia la regione geografica della “Padania”. Il ministro mi ha risposto che la Padania è sempre esistita, prova ne è l’esistenza del formaggio grana padano e del Gazzettino padano! Poi, con un salto logico che tuttora non mi spiego, il ministro mi ha spiegato che “nemmeno l’Italia esisteva, l’abbiamo costruita. Anzi l’hanno costruita!”. Io tentavo di ribattere a queste assurde affermazioni, abbozzando di Augusto, e dei socii italici, dei municipia e della denominazione “penisola italica” (lui mi contestava dicendo che, no, non era mai esistita questa formula geografica) ma il ministro non mi dava modo di concludere il mio discorso e ripeteva: “Lei è qui soltanto per fare provocazione. Non mi faccia perdere tempo!”. Alquanto sconcertata, me ne sono andata, ascoltando gli sghignazzi dei fedelissimi dietro alle mie spalle.

Questa minima esperienza mi insegna due cose. La prima: l’ideologia politica della Lega Nord è in realtà priva di qualsiasi fondamento. Le loro azioni politiche si basano su un’opera di eccitazione irrazionalistica delle masse (vedi la rabbia contro lo straniero o il meridionale), e tuttavia tali azioni si fondano ideologicamente sul nulla: le affermazioni intorno all’esistenza della Padania affondano le proprie radici non sulla Storia fattuale (tant’è che mi sono vista indicare il grana padano come fondamento di questa regione pseudo-statale), ma sul pregiudizio (il Nord è meglio del Sud, gli stranieri ci invadono ecc). La seconda: il fenomeno politico (?) della Lega Nord costituisce un grave pericolo per la nostra democrazia. Bobbio nella sua opera Il futuro della democrazia parla del pericolo del fanatismo, inteso come “la credenza cieca nella propria verità e nella forza capace di imporla”. Io ho sperimentato questa “credenza cieca”: anche di fronte all’evidente infondatezza delle sue tesi, il ministro seguitava ad affermarle come vere acquisendo minuto dopo minuto un tono di voce sempre più acceso, duro e aggressivo. Gli esponenti della Lega Nord si sentono tanto forti e sicuri da non consentire all’“avversario” il frangente temporale di una risposta, e anzi, da negare persino la possibilità di una discussione (sono stata accusata di fare perdere tempo, d’altro canto il ministro si trovava in un bar, il proprietario del quale gli aveva appena offerto un “goccio di spumante”, che il ministro prontamente ha rifiutato perché “ho ancora altri tre comizi”, insomma era davvero impegnato.). Questo mi spinge a pensare che sia venuto meno uno degli strumenti che oggettiva il concetto di democrazia: diceva Pericle nel celebre discorso agli Ateniesi del 461 a.C che “noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia”. Oggi, invece, mi sembra che la provocazione, che è uno dei modi per dare inizio ad un confronto dialettico, sia considerata una terribile minaccia; anzi, essa viene soffocata sul nascere.

Inoltre, sempre attingendo a quello splendido documento di democrazia che è il discorso di Pericle, mi pare che sia caduta un’altra delle condizioni affinché uno Stato sia, di fatto, una democrazia: il merito della sua classe politica. “Quando un cittadino ateniese si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento”. Ditemi, quale merito (e parlo solo di merito intellettuale, non potrei sapere se C. sia o meno una persona moralmente integra, ma in ogni caso il merito intellettuale costituisce la metà esatta dei requisiti per fare politica, l’altra metà è data dalle qualità morali) , quale merito detiene il ministro Calderoli per ricoprire la sua carica politica se fonda l’ideologia del suo partito sul grana padano? O se sostiene che mai prima del Regno d’Italia s’era nominata l’Italia? E l’“Ahi, serva Italia, di dolore ostello…” di dantesca memoria, non le dice niente, signor ministro? . Che cosa mi ha lasciato questa esperienza? Un senso angosciante di paura. Ho letto negli occhi del ministro un dispregio così acuto e quasi organico, come se di fronte a me non ci fosse un individuo solo, ma si materializzasse tutta la macchina del partito. Forte della sua posizione privilegiata e della presenza attorno a lui di una folla asservita, egli ha costruito tra la sua persona e la mia un muro di disprezzo. E io non riuscivo a parlare, perché la sua voce sovrastava la mia. Sono tornata a casa con quest’amara constatazione nel cuore: la classe politica italiana sta via via distruggendo la forma democratica del nostro Paese e ci vuole trasformare tutti in sudditi, in un “gregge di pecore volte unicamente a pascolare l’erba l’una accanto all’altra” (J.S. Mill) . Serviamo a loro come pioli di una scala, gli aiutiamo a raggiungere una posizione di potere dalla quale esercitare la loro bieca “democrazia degli interessi”.

Dalla loro hanno la scusa di essere stati votati dal popolo. Ma, come dice la mia professoressa di filosofia, tra Gesù e Barabba, il popolo ha scelto Barabba. Stanno facendo della nostra democrazia rappresentativa la “pura e semplice espressione della legge del più forte”, come ha scritto Roberta De Monticelli in una lettera pubblicata ieri su L’Unità.

Ma io, cittadina dello Stato italiano, pretendo che coloro ai quali delego il mio potere decisionale affinché scelgano ciò che è meglio per la collettività e, quindi, anche ciò che è meglio per me custodiscano la fragile essenza della democrazia. Pretendo che essi si sentano in obbligo verso di me e verso tutta la cittadinanza, perché senza di tutti noi, essi non sarebbero nulla. Pretendo che lo spazio politico non sia ridotto ad un mercato di favori e che, anzi, venga allargato a tutta la cittadinanza attraverso una riforma elettorale equa, che tenga conto di ciò che decide il popolo, non di ciò che impone il partito. Pretendo che la politica si levi di dosso le infinite maschere che la infangano fin da Tangentopoli. Pretendo che la mia e la nostra classe politica parli una lingua italiana che non sia fatta di volgarità, che sia fedele alle norme di senso (J. Hersch) di questa lingua e che, all’interno di essa, costruisca dei discorsi che non siano prese in giro della collettività. Pretendo che non si fondi un partito sul grana padano. Non mi interessa se sarò tacciata di utopia: io voglio, fermamente desidero e spero che la democrazia ideale e la democrazia reale coincidano o, perlomeno, si avvicinino il più possibile. Pretendo che la politica sia una cosa pulita, e ritorni ad essere una cosa nostra, una cosa di tutti. I ragazzi della mia generazione si stanno svegliando: accanto a quelli che, nati nel sonno, dormono ancora, vi è una cospicua parte di giovani che non tarderà a farsi sentire. E, allora, si passerà all’azione: non rimarremo più, ancora per molto, inerti davanti al palese smantellamento della nostra democrazia.

Emmanuela De Toni




Giovanni Giolitti diceva che “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”. Forse basterebbe questa frase da sola per commentare il tragicomico caos-liste cui abbiamo assistito e il conseguente salvagente ministeriale, il decreto ad-listam che sta sollevando l’indignazione dei cittadini.

Lo spettacolo è deprimente, per due motivi almeno.

Il primo è evidente a chiunque. Cosa dovrebbe pensare il cittadino italiano che, soffocato da una bulimia legislativa senza pari in altri paesi europei, si impegna a rispettare le leggi, e vede i propri rappresentanti in Parlamento cambiare in corsa la legge elettorale per salvare la poltrona (ma non la faccia) degli amici pasticcioni in Lazio e Lombardia? Cambiare le leggi in corsa per salvare gli interessi di bottega è un segnale devastante verso la popolazione chiamata a rispettare le leggi.

Il secondo motivo è che ora sotto tiro si trova il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, individuato da alcuni come “capro espiatorio” cui addossare responsabilità che sono evidentemente di altri. Anche lui, tanto per confermare la tendenza di moda, è stato messo sul banco degli imputati per aver rispettato le regole. Il suo ruolo gli impediva di bloccare il decreto, a prescindere dal suo giudizio. Era una scelta obbligata, sofferta e obbligata.

Da un Presidente all’altro. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini definisce il decreto ad-listam “il male minore”. Se per Gianfranco Fini iniettare nei cittadini la sconfortante sensazione che chi rispetta le regole fa una fatica inutile, e chi non le rispetta può dormire sonni tranquilli, se per Fini questo è il male “minore” … il male “maggiore” qual è?

Matteo Quero




Egregio signor Direttore, leggo oggi l’articolo-sfogo del Presidente della Conferenza dei Sindaci dell’ULSS 6 Vicenza, Luca Cavinato che lamenta la difficoltà nel far quadrare i bilanci a causa dei continui aumenti di spesa a carico dei comuni del settore disabilità. Cita, nell’articolo, l’evento che grazie all’impegno delle famiglie che hanno ricorso al Tar riportando la partecipazione alla spesa degli utenti al 90% del proprio reddito contro la decisione della Conferenza di incamerare il 100%, avrebbe contribuito al “buco”. Si rivolge alle famiglie chiedendo di concordare una qualche partecipazione che aiuti a ridurre il deficit previsto di c.ca 900 mila euro. Ha ragione il Sindaco di Nanto. E’ sempre più difficile far quadrare i bilanci dei comuni ma la causa è chiara ed evidente sotto gli occhi di tutti. Il governo continua a ribadire come una litania: non abbiamo messo le mani in tasca agli italiani. Peccato che non dica che le mani in tasca le ha messe abbondantemente in quelle dei Comuni, Province e Regioni. Un esempio? Il Consiglio Comunale di Vicenza recentemente ha approvato il regolamento sugli affidi familiari di bambini con genitori in difficoltà. Documento importantissimo che ha evidenziato nei vari interventi e ordini del giorno che dal 2007 ad oggi la Regione ha ridotto i fondi per i minori del 40%. Come mai il Governo ha ripianato “buchi” pesantissimi di alcuni comuni del sud? Come mai non si riesce a terminare la Salerno Reggio Calabria che ha “mangiato” ormai minimo 5 passanti di Mestre e ancora si trovano risorse per questi. Come mai si trovano le risorse per il Ponte di Messina ritenuta opera inutile dagli stessi siciliani? Come mai si fanno le centrali nucleari e non si investe parimenti nelle energie rinnovabili come ha fatto la Germania? Sono sette anni che è stata varata la legge ma mancano i dispositivi attuativi ed ogni Regione si regola come può determinando il caos generale. Allora è vero che ci sono due Italie: quella dei “pantaloni” che siamo noi e quella dei furbi che non avrà mai fine, basta leggere le cronache giornaliere. Basta guardare Striscia la Notizia per vedere ogni sera o quasi Ospedali cattedrali nel deserto mai finiti, opere pubbliche rifatte in occasione delle elezioni e mai inaugurate. L’altro giorno a Napoli, come se non bastasse tutto quello che è accaduto in questi ultimi anni, altra truffa di cechi inesistenti. Falsi invalidi scoperti ogni giorno. Pensionati che hanno lavorato si o no venti anni, laureati fasulli …. E chi più ne ha più ne metta. E la Lega di “Roma ladrona”? Governa e approva. Quindi concludendo, caro sindaco Luca Cavinato, tutta la mia solidarietà, ma attenzione alle azioni che si metteranno in atto per far quadrare i bilanci. I disabili e aggiungo anche gli anziani non autosufficienti, non possono e non devono essere il capro espiatorio di una politica nazionale mediocre e manichea che non riesce a mettersi in sintonia con i veri problemi sociali del paese. Le risorse vanno trovate giustamente non nelle tasche dei cittadini, ma da azioni di vera giustizia e civiltà. Il tempo a disposizione è ampiamente scaduto.

Con le più vive cordialità e ringraziamenti per l’ospitalità,

Vittorio Corradi




Paola Binetti è uscita dal PD, ultima di un consistente drappello di parlamentari; si legge che due sono, in generale, le motivazioni che adducono: essere il partito troppo di sinistra e troppo poco attento ai cattolici. Non capisco davvero cosa vogliano dire, in concreto, queste due affermazioni, simili ma non uguali: la prima, l’ho sentita da Calearo, al momento delle primarie interne, quando affermò che avrebbe votato Franceschini, affinchè il partito non andasse troppo a sinistra. Non aggiunse altro, scese dal palco e si allontanò velocemente, così noi del pubblico non avemmo modo di renderci conto di quali pericoli ci potevano attendere “a sinistra” ( questa espressione, di per sé vuota di contenuto, ha ancora il potere di evocare, nella medesima sala, per alcuni speranze d’un roseo e più giusto futuro, per altri timori e suggestioni legate al passato).In quanto ai cattolici, o meglio, a quelli che si ritengono vittime cattoliche nel PD (uffa!) dimenticano che un principio fermo del nuovo partito è quello della laicità, e che,dunque, devono chiedere per sé né più e né meno del rispetto che portano a chi la pensa diversamente da loro. Per quel che ne so, il cattolico dentro al PD ci può stare comodo comodo come l’ateo o, addirittura, il mangiapreti: è l’integralista che può sentirsi a disagio, e per fortuna!

Insopportabile è chi, in nome delle sue idee o convinzioni religiose, vorrebbe impedire agli altri di esprimere e praticare le proprie: chi costringe chi, per esempio, al testamento biologico o all’aborto ( se occorre)? Quali sono le battaglie sui diritti civili del PD che costringono i cattolici a venir meno ai propri principi? Non ne conosco una!

C’è poi la faccenda dei fuoriusciti: ben venga il disegno di legge dei senatori PD Della Seta e Ferrante che renderebbe obbligatorio lasciare il posto in Parlamento se si passa ad una lista concorrente rispetto a quella in cui si è stati eletti. Non vale ricordare l’articolo 67 della Costituzione che solleva i membri del Parlamento dal vincolo di mandato, non fino a che è in vigore la legge elettorale con liste bloccate, decise dai partiti.

Rutelli, Calearo, Binetti sono stati nominati dal partito e votati in quanto candidati del PD (con qualche mal di pancia ma con disciplina di partito), come possono ritenere legittimo mantenere il seggio e percepire la relativa retribuzione, aderendo a schieramenti avversari/concorrenti?

Ma, se anche sul piano strettamente legale il “trasloco” si può considerare accettabile, esiste una questione etica e d’opportunità che proprio alla Binetti vorrei sottoporre: si può accorgersi d’aver sbagliato partito ed uscirne, immagino con tormenti intimi e tensioni interpersonali (e i colleghi? e gli amici di partito? e gli impegni presi? e le persone che si sono spese in campagna elettorale? e i dirigenti che, con fatica, hanno finora difeso il pensiero già divergente?). Ma non è obbligatorio buttarsi di nuovo, subito, nell’agone politico, dall’altra parte! Non sarebbe più…elegante…una pausa di riflessione e di silenzio, sottrarsi ai riflettori ed alle inevitabili strumentalizzazioni? Cos’è quest’ansia di candidature?

I “transfughi” dovrebbero ripartire da zero (come nel gioco dell’oca) per una nuova carriera politica, non approfittare d’un trampolino di lancio che non gli compete. I posti di Rutelli, Bianchi, Calearo, Binetti ecc.spettano al Partito democratico che in Parlamento li ha inviati!

Zeila Biondi




Il circolo del centro storico, sulla vicenda di Via Padova a Milano, si esprime con il seguente comunicato:

In seguito alle tragiche vicende di Via Padova a Milano dove è esplosa una guerriglia urbana tra bande di immigrati vogliamo cogliere l’occasione per sottolineare tutta la differenza tra le politiche migratorie compiute dalla destra rispetto e ciò che ha fatto il Partito Democratico a Vicenza. Facciamo un solo esempio. Via Napoli era fino ad un anno fa luogo di spaccio e di schiamazzi notturni ed è diventata, secondo gli stessi residenti, un posto sicuro e tranquillo. E’ bastato far rispettare le ordinanze di apertura e gestione dei bar, in sostanza occupandosi del tema. La destra, dal 1998 al 2008 al governo di Vicenza ha solo parlato dei problemi causati dall’immigrazione, usandoli per prendere voti e, come in tutto il resto del Paese, non ha sviluppato alcuna politica di integrazione. Il Pd, in un epoca di crisi economica e con poche risorse, ha risolto uno dei problemi maggiori legati alla mancata integrazione. Forse a Milano servirebbe la politica sulla sicurezza fatta dal PD nel Comune di Vicenza?

Enrico Peroni
Coordinatore del Circolo Centro Storico PD Vicenza




Laico, termine che si è inserito nuovamente nella discussione politica riportando, come in passato, confusioni interpretative e la creazione di schieramenti opposti tra chi lo sostiene e chi lo guarda con timore, nascondendosi dietro il baluardo della religione.

Chiarirne il concetto non dovrebbe essere difficile, se non ci fosse una parte importante e potente della società che alimenta volutamente la confusione adducendo temi religiosi per far leva sulla fede anziché estrinsecare la vera portata del termine e far comprendere l’importanza della sua applicazione nel vivere quotidiano, democratico e anche cattolico.

Sarebbe, infatti, sufficiente leggere un dizionario della lingua italiana per comprenderne il significato. Si vedrebbe così che la parola laico deriva dal greco e significa uno del popolo. Il termine laico nell’accezione moderna ha significato di “aconfessionale”, ossia slegamento da qualsiasi autorità ecclesiastica di confessione religiosa. L’uso del termine con significato di agnostico o ateo è semanticamente scorretto, in quanto laico ha significato di svincolo dell’autorità ecclesiastica ma non inficia la professione di una particolare confessione religiosa.

La concretezza e la complessità del vivere sociale porta però l’obbligo di andare oltre il mero significato letterale del termine per entrare nelle maglie del diritto dalle quali, in ogni caso, emerge sempre il suo reale significato.

La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 203 del 1989, ha scritto: “Il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta Costituzionale della Repubblica”.

Laico NON si contrappone quindi a religioso, anzi, la fede religiosa è parte integrante della laicità.

E’ la stessa Costituzione, infatti, che all’art.3 afferma l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione e l’art. 9 sancisce che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa………..”. Continuando il percorso avviato dalla Costituzione, si incontra la prima dichiarazione dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dove si inseriscono la libertà di religione (art. 10), il divieto di discriminazione in base alla religione (art. 21), il riconoscimento della diversità religiosa (art. 22), il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni religiose (art. 15).

Lo stesso Statuto dei Lavoratori pone attenzione a tale libertà vietando al datore di lavoro di effettuare indagini “sulle opinioni politiche, religiose e sindacali del lavoratore”. La cui finalità è quella di impedire le discriminazioni derivanti dalla manifestazione pubblica delle proprie convinzioni, fedi, appartenenze.

Vi è, dunque, una regola diffusa e condivisa sulla presenza della religione nella sfera pubblica. Semplicemente nella sfera pubblica, la religione sta insieme con “altro”, che deve riconoscere e con il quale deve confrontarsi. La religione non è mai nominata da sola, eccezion fatta per il caso in cui si paventano forme di persecuzione diretta o indiretta. Di essa si parla sempre insieme alle convinzioni filosofiche e all’appartenenza politica, alla lingua e all’essere parte di una minoranza.

Questo è il percorso della democrazia, percorso disegnato da principi e regole. Percorso da seguire in condizioni di eguaglianza e che si inserisce nella libera costruzione della personalità di cui la Costituzione parla all’art. 2.

Il lavoro dei costituenti si è, quindi, ispirato ad un rispetto e riconoscimento reciproco e non ad una guerra di parole…

Il senso profondo della laicità è quindi la creazione di uno spazio democraticamente legittimo basato sull’insieme dei principi costituzionali.

Oggi, come ieri, la discussione, la regola laica del libero confronto, spaventano. E’ più facile, più sicuro, rifugiarsi dietro i propri timori, anche se giustificati, in questo modo si alimenta il perdurare di posizioni deboli sotto il profilo culturale e destinate ad accrescere il rischio di “scontri assoluti” e quindi socialmente dirompenti e politicamente perdenti. (S.Rodotà, Perché Laico, editori Laterza).

Ingrid Bianchi

Caro 2010,

Scrivo a te questa mia perché ho purtroppo un’età che non mi consente di inviarla a Babbo Natale o alla Befana !

Ti scrivo perché vorrei che tu mi donassi un partito sempre migliore dove alle dichiarazioni d’intento seguissero fatti concreti ad esclusivo beneficio di una società sempre migliore e … CIVILE !

Per un partito che desse sostanza al principio riformista del vero coinvolgimento a partire dal basso dove le persone si  sentano partecipi di un possibile cambiamento e non strumenti di continue e logoranti propagande elettorali !

Per un partito organizzato dove le regole siano riviste al fine di dare concretezza agli intenti !

Per un partito più attento  alle astensioni o le sofisticate distinzioni in quanto caratteristica di una politica irresponsabile !

Per un partito dove sia rivisto il rigore filosofico la cui conseguenza è, da ormai troppo tempo,la demolizione del principio teoricamente condiviso che “L’UNITA’ FA LA FORZA” !

Per un partito dove la parola insegna e con un esempio che trascina !

Per un partito dove le esigenze di innovazione non siano confuse con l’improvvisazione, ma siano rispettati i valori della conoscenza e della competenza !

Per un partito dove il ricambio generazionale e di specie sia generato dalla reale volontà ed impegno e non da regole di facciata !

Per un partito i cui obiettivi siano rivolti a garantire la dignità delle persone nel rispetto assoluto dell’ambiente che naturalmente ci ospita !

Per un partito che possa positivamente condizionare con un reale coinvolgimento le scelte di chi governa in particolare dove, di fatto, già governiamo ! Per un partito che sappia tramutare l’attuale crisi in una grande occasione !

Per un partito… CHE NON SIA GIA’ ANDATO !!!

Con simpatia e fiducia,

Lucio Zaltron – coordinatore Circolo PD zona 3