Paola Binetti è uscita dal PD, ultima di un consistente drappello di parlamentari; si legge che due sono, in generale, le motivazioni che adducono: essere il partito troppo di sinistra e troppo poco attento ai cattolici. Non capisco davvero cosa vogliano dire, in concreto, queste due affermazioni, simili ma non uguali: la prima, l’ho sentita da Calearo, al momento delle primarie interne, quando affermò che avrebbe votato Franceschini, affinchè il partito non andasse troppo a sinistra. Non aggiunse altro, scese dal palco e si allontanò velocemente, così noi del pubblico non avemmo modo di renderci conto di quali pericoli ci potevano attendere “a sinistra” ( questa espressione, di per sé vuota di contenuto, ha ancora il potere di evocare, nella medesima sala, per alcuni speranze d’un roseo e più giusto futuro, per altri timori e suggestioni legate al passato).In quanto ai cattolici, o meglio, a quelli che si ritengono vittime cattoliche nel PD (uffa!) dimenticano che un principio fermo del nuovo partito è quello della laicità, e che,dunque, devono chiedere per sé né più e né meno del rispetto che portano a chi la pensa diversamente da loro. Per quel che ne so, il cattolico dentro al PD ci può stare comodo comodo come l’ateo o, addirittura, il mangiapreti: è l’integralista che può sentirsi a disagio, e per fortuna!

Insopportabile è chi, in nome delle sue idee o convinzioni religiose, vorrebbe impedire agli altri di esprimere e praticare le proprie: chi costringe chi, per esempio, al testamento biologico o all’aborto ( se occorre)? Quali sono le battaglie sui diritti civili del PD che costringono i cattolici a venir meno ai propri principi? Non ne conosco una!

C’è poi la faccenda dei fuoriusciti: ben venga il disegno di legge dei senatori PD Della Seta e Ferrante che renderebbe obbligatorio lasciare il posto in Parlamento se si passa ad una lista concorrente rispetto a quella in cui si è stati eletti. Non vale ricordare l’articolo 67 della Costituzione che solleva i membri del Parlamento dal vincolo di mandato, non fino a che è in vigore la legge elettorale con liste bloccate, decise dai partiti.

Rutelli, Calearo, Binetti sono stati nominati dal partito e votati in quanto candidati del PD (con qualche mal di pancia ma con disciplina di partito), come possono ritenere legittimo mantenere il seggio e percepire la relativa retribuzione, aderendo a schieramenti avversari/concorrenti?

Ma, se anche sul piano strettamente legale il “trasloco” si può considerare accettabile, esiste una questione etica e d’opportunità che proprio alla Binetti vorrei sottoporre: si può accorgersi d’aver sbagliato partito ed uscirne, immagino con tormenti intimi e tensioni interpersonali (e i colleghi? e gli amici di partito? e gli impegni presi? e le persone che si sono spese in campagna elettorale? e i dirigenti che, con fatica, hanno finora difeso il pensiero già divergente?). Ma non è obbligatorio buttarsi di nuovo, subito, nell’agone politico, dall’altra parte! Non sarebbe più…elegante…una pausa di riflessione e di silenzio, sottrarsi ai riflettori ed alle inevitabili strumentalizzazioni? Cos’è quest’ansia di candidature?

I “transfughi” dovrebbero ripartire da zero (come nel gioco dell’oca) per una nuova carriera politica, non approfittare d’un trampolino di lancio che non gli compete. I posti di Rutelli, Bianchi, Calearo, Binetti ecc.spettano al Partito democratico che in Parlamento li ha inviati!

Zeila Biondi