La lega fonda il suo essere sul senso di appartenenza ad una ‘razza padana’ che si è inventata e che ormai è purtroppo universalmente accettata.
Si inventano persino i simboli celtici: il Sole delle Alpi !! E naturalmente nessuno osa metterlo in discussione; certo, il Sole delle Alpi è un simbolo che è presente dal VII secolo aC, ma in tutta la penisola italiana, ma anche in: Assiria, Egitto, Ungheria, Israele, Cina, Giappone, India, Bulgaria, Turchia, Spagna, Austria, Marocco, Libano, Perù e Messico, almeno secondo questo articolo http://it.wikipedia.org/wiki/Sole_delle_Alpi .

Da un bel po’ di tempo i leghisti, da chi ricopre le più alte cariche istituzionali come il Ministro dell’Interno a qualsiasi esponente che appare nelle decine di trasmissioni nelle TV locali, sfoggiano la loro appartenenza con cravatta e/o fazzoletto verde al taschino.

Io penso che anche i nostri dirigenti dovrebbero darsi un segno distintivo.

L’idea mi è venuta guardandola trasmissione di Corrado Augias, durante la quale egli porta sulla giacca una bandierine italiana per ricordare a tutti che siamo ormai a 150 anni dall’Unità del Paese; operazione che potrebbe anche essere storicamente criticata ma che ci ha permesso avere un’unica identità dalle Alpi alla Sicilia.

Mi permetto di allegare due proposte per una coccarda che tutti i dirigenti del partito dovrebbero portare in tutte le occasioni siano esse istituzionali che politiche.
Propongo che questa iniziativa diventi di tutto il circolo e che sia assunta a livello sempre più alto fino all’Assemblea Nazionale.

Personalmente propendo per la prima ipotesi di coccarda.





























Franco Zanella





Pubbichiamo la lettera del Segretario provinciale Federico Ginato sul “caso Arzignano”, inviata questa mattina al direttore del Giornale di Vicenza.

Lettera al direttore

Il “caso Arzignano”, con lo scandalo dell’evasione fiscale mi induce ad alcune sottolineature anche alla luce del tentativo da parte del Sindaco di Arzignano di vietare la proiezione in alcune scuole della puntata di Presa Diretta, il programma di Rai Tre che con una inchiesta ha messo a nudo l’imbarazzante mentalità auto-giustificatoria di alcuni pseudo-imprenditori e di alcuni responsabili politici leghisti (vedi segretaria di sezione e vice sindaco).
Ha ragione il procuratore capo della Repubblica, Ivano Nelson Salvarani, quando dice che l’azione della magistratura non è sufficiente se la società civile, i cittadini non si indignano.

Continua a leggere su pdvicitta.it




La sindaco leghista di Breganze in provincia di Vicenza ha scritto su faebook che i giovani leghisti sono ‘più nera dei neri’. Ora è partita la corsa alla giustificazione; nell’ordine : è solo una gogliardata non immaginava che alcune innocenti frasi fossero riprese in fretta; è giovane e non ha ancora capito che, a causa della carica che ricopre, non le è permesso di fare battute, ecc.ecc.

La più bella che ho sentito è stata : hanno violato la sua privacy; veramente eccezionale, potremmo fare un decreto per chiudere facebook che viola la privacy dei personaggi politici. Analoghe reazioni hanno suscitato nel passato dichiarazioni simili o peggiori di esponenti leghisti ben più altolocati della povera sindaco di Breganze.

Ricorderete tutti l’invito di Bossi ad usare il tricolore come carta igienica o la dichiarazione di aver migliaia di camicie verdi bergamasche armate pronte a marciare a valle pre prendersi anche con la forza i loro diritti; per non parlare dell’alpino sindaco di Treviso Gentilin che teorizzava l’utilizzo degli extra comunitari come leprotti per addestrare i cacciatori, o l’attuale ministro della semplificazione Calderoli che ha scatenato un incidente diplomatico con la Libia, cosa che causò anche delle vittime, quando fece sfoggio in TV della famosa maglietta contro Maometto o i tram stile apartheid di Salvini a Milano.

Quisquiglie, direbbe il Principe della risata, innocenti ragazzate; qualcuno, che accredita i leghisti di un intelligenza sopraffina, arrivò a definirle metafore per esprimere il disagio della gente a cui la lega è vicina.

Ricorderete anche il video di qualche tempo fa nel quale il ‘buon Borghezio’ istruiva i neo fascisti francesi ad infiltrarsi nei movimenti autonomisti, ultima frontiera del malcontento popolare, per istillare i valori del fascismo più becero.

Io credo che sia arrivato il momento di smettere questo atteggiamento di benevolenza verso questi personaggi che si professano dalla parte della gente ma che tengono soltanto alta la bandiera dell’intolleranza e della paura.

IL regime del XXIº secolo non avrà bisogno di far girare le squadracce con manganello e olio di ricino; esso si reggerà sul perenne stato di tensione tra i poveri; alcuni saranno emarginati altri saranno lusingati, taluni saranno perseguitati in nome del rispetto delle regole, gli altri saranno contenti di aver qualcuno che ‘finalmente fa rispettare le regole’ e accetteranno di buon grado che qualcuno dica loro come pensare e cosa fare.

Molti si accontenteranno delle briciole che cadranno dal banchetto dei ricchi e privilegiati e lotteranno per accaparrarsene qualcuna in più senza guardare la tavola imbandita.

E’ arrivato il tempo di avere un sussulto di orgoglio, di denunciare questo regime strisciante che la lega sta attuando, di aumentare la vigilanza e la denuncia; è tempo di tornare a parlare con le persone, di fare cultura di diffondere un’idea anche se può apparire minoritaria.

Non facciamoci infinocchiare dai ‘bravi amministratori leghisti’, da questo che è meno peggio dell’altro, ritroviamo unità di intenti per fermare lo scempio che stanno facendo del paese.

Franco Zanella

Ho letto, come sempre, gli interventi del prof Curi su Pd e dintorni, dopo le regionali, e i punti di vista del dott Zoso sempre sull’argomento. A queste voci vorrei aggiungere la mia per alcune osservazioni. Non credo che l’attuale segreteria regionale abbia pesato negativamente, più di tanto, sul risultato delle urne. C’é comunque una certa gracilità politica in alcuni suoi componenti, gracilità che nei prossimi tre anni di preparazione alle politiche, con i delicati ma essenziali problemi di alleanze, potrebbe non essere all’altezza del compito. Confesso che comprendo, in parte, l’idea di ineluttabilità del risultato come espresso da Giuliano Zoso. Naturalmente non si può non dar ragione anche ad Umberto Curi quando parla di una carente linea politico- culturale del Pd a che se non dobbiamo dimenticare che una linea innovativa era stata chiaramente espressa da Veltroni al momento della sua elezione alla segretaria. Linea che era stata premiata da un 34,1% di voti e che, chi scrive e tanti altri, considerarono di ottimo livello. Al raggiungimento di quel risultato, avendo noi comunque perso le elezioni, moltissimi si scagliarono contro Veltroni, dentro e fuori il partito, con conseguente inizio del solito fuoco amico e come finì é a tutti noto. Qualcuno disse che il Valter era troppo gentile ed educato e che con quell’ avversario ci voleva un’altra grinta. E anche possibile, ma non mi si venga a dire che un progetto cilturale e politico ben preciso non fosse nel programma del nostro. Sinistra laica e liberale, trasparenza, primarie aperte a tutti, rivalutazione profonda del rapporto con gli elettori, rapporto con gli avversari e tante altre cose che avrebbero fatto del Pd quel soggetto politico nuovo e moderno che tutti avremmo voluto e non quello che vediamo ora arrancare causa tutte le aderenze Ds e Margherita che lo appesantiscono. Quì nel Veneto il discorso presenta delle peculiarità. E pur vero che la Lega lavora tra la gente, ma lo é altrettanto che anche altri partiti lo fanno. Ciò che caratterizza la Lega é un linguaggio elementare, con immagini colorite e toni vibranti che cadono su un terreno elettorale veneto molto ricettivo: noi lavoriamo e Roma ci succhia il sangue; gli stranieri ci portano  via il lavoro, le nostre case non sono più sicure e così via.

Fino a 50 anni fa c’era solo la campagna e qualche fabbrica. Ora la popolazione si é inurbata, sono nate le partite Iva, si é sviluppato un artigianato anche tecnico , ma la sensibilità sociale non é aumentata proporzionalmente. Ecco, il linguaggio della Lega é in  armonia con questo sentire. Cosa potremmo mai dire noi, pensando quello che pensiamo, per entrare nelle teste e nei cuori di queste persone? Per concludere penso che il Pd dovrebbe incentrare il suo lavoro politico culturale cercando di far capire all’elettorato di cui sopra che é normale che, chi più ha, più dia, che la multietnicità, con le dovute regole, é una ricchezza, che un cittadino straniero, anche senza lavoro, ha diritto di essere curato e che i furti nelle case c’erano anche prima dell’arrivo degli albanesi. Nessuno sembra ricordare che ai primi del novecento milioni di italiani  emigrarono in varie parti del mondo e che, chi era arrivato prima di loro, li considerava feccia umana. Ora però negli Usa, in Argentina e in Brasile le seconde e terze generazioni di italiani ricoprono posti anche di grande responsabilità pubblica e privata.

Adriano Verlato

La lega, oggi di governo, non può continuare a sventolare la bandiera della sicurezza (o insicurezza) legata alla presenza dello straniero per aumentare il proprio consenso perché in tal modo qualcuno potrebbe chiedere Il ministro dell’interno è Maroni, cosa fa ?
Perciò è molto meglio alzare in alto un’altra bandiera quella della legalità, del rispetto della legge e delle regole di civile convivenza.
La difesa della legalità è un argomento affascinante nei nostri paesi e nelle nostre città specialmente in chi ritiene di adattare la legalità a propria immagine e somiglianza, ma attira anche chi, per cultura o per tradizione è abituato a rispettare le regole.
Dopo il successo dell’iniziativa del sindaco di Montecchio Maggiore che ha messo a pane e acqua i figli i cui genitori non avevano pagato la retta della mensa scolastica,. La cosa si è allargata a macchia d’olio. Nel bresciano c’è stato un caso analogo e, dopo che un anonimo benefattore ha saldato il debito pregresso, si è scatenata la rivolta delle famiglie in regola con la retta che ora non vogliono più pagare, tanto qualche santo ci penserà; nel veronese due ragazzine non sono state riportate a casa da scuola perché i genitori erano in ritardo con i pagamenti.
Ma la difesa della legalità ha anche causato la morte di una bambina in Lombardia perchè il padre è rimasto disoccupato, non ha potuto rinnovare il permesso di soggiorno e la tessera sanitaria era scaduta.
E ancora in paese in provincia di Udine domani la gente andrà in piazza perchè non vuole che una neonata sia sepolta secondo il rito della sua religione.
Tutte queste iniziative hanno il plauso delle persone un po’ meno poveri degli ultimi, stanno scatenando il risentimento verso chi cerca di tenere in piedi un minimo di solidarietà in questa nostra povera terra, porteranno sempre più verso una guerra tra gli ultimi contro i penultimi mentre i primi saranno sempre più primi; avranno belle case e auto di lusso, telefonini e computer vacanze in terre esotiche ed un futuro assicurato dal babbo, purchè si chiamino BOSSI.
Siamo nel XXI secolo, mi immaginavo un secolo di viaggi spaziali, un secolo senza guerre e senza carestia ed invece è un secolo in cui il mondo è triste.
E’ triste un mondo dove i bambini fabbricano palloni che altri bambini usano per giocare.
E’ triste un mondo dove i bambini sono costretti a rubare per mangiare.
E’ triste un mondo dove i bambini sono costretti a mendicare per mangiare.
E’ triste un mondo dove i bambini vengono messi a pane ed acqua
E’ triste un mondo dove i bambini vengono lasciati per strada.
E’ triste un mondo dove i bambini devono andarsene dalla loro casa, non si sa dove, perchè qualcuno ha deciso, da un giorno all’altro, che essa è diventata troppo piccola per abitarci.
E’ triste un mondo dove i bambini non vengono curati per un permesso scaduto.
E’ triste un mondo dove i bambini non possono essere sepolti nella terra dove hanno vissuto.
E triste un mondo dove gli adulti piegano i bambini alla loro convenienza.
E’ triste un mondo dove la solidarietà ha lasciato il campo alla cattiveria.
Come sono lontani quei formidabili anni in cui ingenuamente nelle piazze scandivamo:
LIBRI – MENSE – TRASPORTI GRATIS!

Franco Zanella

Mi sembra che il linguaggio scollacciato sia oramai un fatto, purtroppo,
acquisito. Quello di alcuni politici della destra veneta sembra, a me cittadino, anche surreale. Candidato leghista per la Regione e candidato
sindaco di Venezia parlano di queste due entità territoriali come se si
trattasse di cosa loro. Farò questo, disferò quello ed entrambi dichia-
rano di voler coprire contemporaneamente il ruolo di ministri.
Sono intenzioni che da sole sarebbero sufficienti per renderli inadatti
al ruolo per il quale si candidano. Hanno una minima idea di cosa sia
fare il sindaco di una città complessa come Venezia? Lo sa o no il Mi-
nistro Zaia che la Regione ha fatto poco o nulla in questi anni anche
per scarsa laboriosità?
E al governo c’erano anche i suoi colleghi leghisti.
Un consiglio regionale che non é nemmeno riuscito a darsi uno Statuto che rappresenta la base di partenza per tutto quanto si vuole costruire?
Credo che oltre ad una discreta presunzione vi sia anche, per entrambi,
una buona dose di insipienza amministrativa.
Il ministro Brunetta parla di grandi progetti per Venezia sapendo bene
che poi, pur ammettendo la loro fattibilità, tutto si fermerà davanti alla
scrivania di Tremonti che non aprirà la borsa.
Di Zaia , il deputato Gava, già consigliere regionale,dice che il voler ri-
coprire le due cariche contemporaneamente, é una mostruosità
politica e giuridica. e Gava é del Pdl.
Bossi dice: ” il Veneto é nostro”. Ma che dice , segretario, il Veneto
non é suo, ma di tutti i cittadini che vi abitano e lavorano.
Chi deve votare il suo candidato sono gli elettori e, allora, lo presenti
con umiltà e gli faccia dire seriamente tutto quello che potrà e vorrà fa-
re per la nostra regione non tralasciando le questioni rimaste irrisolte
durante gli anni precedenti di condominio. Per correttezza, ci sarebbe
anche da dire come si svilupperà il rapporto futuro, Lega e Pdl, per
non coinvolgere Il veneto nelle beghe interne dei due alleati.
Vorrei, infine, chiedere al candidato di centrodestra di non comportarsi
come se alcuni milioni di persone fossero un gregge di pecore da far
pascolare dove si vuole e quando si vuole. Queste pecore sono delle persone e vanno trattate con tutto il rispetto che é loro dovuto.
Signori candidati, a nome di tanti cittadini, vi invito ad una maggiore sobrietà , ad un linguaggio più consono e ad una maggiore chiarezza
programmatica.


Adriano Verlato

Riceviamo da una stundentessa del Pigafetta e volentieri pubblichiamo.

Sono una ragazza di diciannove anni e vorrei portare una testimonianza circa il rapporto tra un semplice cittadino dello Stato italiano, me stessa, e uno dei rappresentanti politici del nostro Paese, Roberto Calderoli. Ieri pomeriggio nel mio paese, Lonigo (VI), si è svolto un comizio della Lega Nord, organizzato in vista delle vicine elezioni municipali e regionali. Guest star: proprio Calderoli. Ho raggiunto il ministro in un bar e gli ho posto la seguente domanda: “Quali sono i caratteri che delineano la concezione di “Padania”? Si tratta di fattori razziali, culturali o storici?”. Mi sono sentita rispondere che è “padano” colui che nasce e vive in Padania. Allora, molto stupita, gli ho fatto presente di non aver mai trovato citata in alcuna enciclopedia la regione geografica della “Padania”. Il ministro mi ha risposto che la Padania è sempre esistita, prova ne è l’esistenza del formaggio grana padano e del Gazzettino padano! Poi, con un salto logico che tuttora non mi spiego, il ministro mi ha spiegato che “nemmeno l’Italia esisteva, l’abbiamo costruita. Anzi l’hanno costruita!”. Io tentavo di ribattere a queste assurde affermazioni, abbozzando di Augusto, e dei socii italici, dei municipia e della denominazione “penisola italica” (lui mi contestava dicendo che, no, non era mai esistita questa formula geografica) ma il ministro non mi dava modo di concludere il mio discorso e ripeteva: “Lei è qui soltanto per fare provocazione. Non mi faccia perdere tempo!”. Alquanto sconcertata, me ne sono andata, ascoltando gli sghignazzi dei fedelissimi dietro alle mie spalle.

Questa minima esperienza mi insegna due cose. La prima: l’ideologia politica della Lega Nord è in realtà priva di qualsiasi fondamento. Le loro azioni politiche si basano su un’opera di eccitazione irrazionalistica delle masse (vedi la rabbia contro lo straniero o il meridionale), e tuttavia tali azioni si fondano ideologicamente sul nulla: le affermazioni intorno all’esistenza della Padania affondano le proprie radici non sulla Storia fattuale (tant’è che mi sono vista indicare il grana padano come fondamento di questa regione pseudo-statale), ma sul pregiudizio (il Nord è meglio del Sud, gli stranieri ci invadono ecc). La seconda: il fenomeno politico (?) della Lega Nord costituisce un grave pericolo per la nostra democrazia. Bobbio nella sua opera Il futuro della democrazia parla del pericolo del fanatismo, inteso come “la credenza cieca nella propria verità e nella forza capace di imporla”. Io ho sperimentato questa “credenza cieca”: anche di fronte all’evidente infondatezza delle sue tesi, il ministro seguitava ad affermarle come vere acquisendo minuto dopo minuto un tono di voce sempre più acceso, duro e aggressivo. Gli esponenti della Lega Nord si sentono tanto forti e sicuri da non consentire all’“avversario” il frangente temporale di una risposta, e anzi, da negare persino la possibilità di una discussione (sono stata accusata di fare perdere tempo, d’altro canto il ministro si trovava in un bar, il proprietario del quale gli aveva appena offerto un “goccio di spumante”, che il ministro prontamente ha rifiutato perché “ho ancora altri tre comizi”, insomma era davvero impegnato.). Questo mi spinge a pensare che sia venuto meno uno degli strumenti che oggettiva il concetto di democrazia: diceva Pericle nel celebre discorso agli Ateniesi del 461 a.C che “noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia”. Oggi, invece, mi sembra che la provocazione, che è uno dei modi per dare inizio ad un confronto dialettico, sia considerata una terribile minaccia; anzi, essa viene soffocata sul nascere.

Inoltre, sempre attingendo a quello splendido documento di democrazia che è il discorso di Pericle, mi pare che sia caduta un’altra delle condizioni affinché uno Stato sia, di fatto, una democrazia: il merito della sua classe politica. “Quando un cittadino ateniese si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento”. Ditemi, quale merito (e parlo solo di merito intellettuale, non potrei sapere se C. sia o meno una persona moralmente integra, ma in ogni caso il merito intellettuale costituisce la metà esatta dei requisiti per fare politica, l’altra metà è data dalle qualità morali) , quale merito detiene il ministro Calderoli per ricoprire la sua carica politica se fonda l’ideologia del suo partito sul grana padano? O se sostiene che mai prima del Regno d’Italia s’era nominata l’Italia? E l’“Ahi, serva Italia, di dolore ostello…” di dantesca memoria, non le dice niente, signor ministro? . Che cosa mi ha lasciato questa esperienza? Un senso angosciante di paura. Ho letto negli occhi del ministro un dispregio così acuto e quasi organico, come se di fronte a me non ci fosse un individuo solo, ma si materializzasse tutta la macchina del partito. Forte della sua posizione privilegiata e della presenza attorno a lui di una folla asservita, egli ha costruito tra la sua persona e la mia un muro di disprezzo. E io non riuscivo a parlare, perché la sua voce sovrastava la mia. Sono tornata a casa con quest’amara constatazione nel cuore: la classe politica italiana sta via via distruggendo la forma democratica del nostro Paese e ci vuole trasformare tutti in sudditi, in un “gregge di pecore volte unicamente a pascolare l’erba l’una accanto all’altra” (J.S. Mill) . Serviamo a loro come pioli di una scala, gli aiutiamo a raggiungere una posizione di potere dalla quale esercitare la loro bieca “democrazia degli interessi”.

Dalla loro hanno la scusa di essere stati votati dal popolo. Ma, come dice la mia professoressa di filosofia, tra Gesù e Barabba, il popolo ha scelto Barabba. Stanno facendo della nostra democrazia rappresentativa la “pura e semplice espressione della legge del più forte”, come ha scritto Roberta De Monticelli in una lettera pubblicata ieri su L’Unità.

Ma io, cittadina dello Stato italiano, pretendo che coloro ai quali delego il mio potere decisionale affinché scelgano ciò che è meglio per la collettività e, quindi, anche ciò che è meglio per me custodiscano la fragile essenza della democrazia. Pretendo che essi si sentano in obbligo verso di me e verso tutta la cittadinanza, perché senza di tutti noi, essi non sarebbero nulla. Pretendo che lo spazio politico non sia ridotto ad un mercato di favori e che, anzi, venga allargato a tutta la cittadinanza attraverso una riforma elettorale equa, che tenga conto di ciò che decide il popolo, non di ciò che impone il partito. Pretendo che la politica si levi di dosso le infinite maschere che la infangano fin da Tangentopoli. Pretendo che la mia e la nostra classe politica parli una lingua italiana che non sia fatta di volgarità, che sia fedele alle norme di senso (J. Hersch) di questa lingua e che, all’interno di essa, costruisca dei discorsi che non siano prese in giro della collettività. Pretendo che non si fondi un partito sul grana padano. Non mi interessa se sarò tacciata di utopia: io voglio, fermamente desidero e spero che la democrazia ideale e la democrazia reale coincidano o, perlomeno, si avvicinino il più possibile. Pretendo che la politica sia una cosa pulita, e ritorni ad essere una cosa nostra, una cosa di tutti. I ragazzi della mia generazione si stanno svegliando: accanto a quelli che, nati nel sonno, dormono ancora, vi è una cospicua parte di giovani che non tarderà a farsi sentire. E, allora, si passerà all’azione: non rimarremo più, ancora per molto, inerti davanti al palese smantellamento della nostra democrazia.

Emmanuela De Toni